Vengo al mondo nel freddo dicembre dell’87. L’ anno in cui la Houston cantava “i wanna dance with somebody” e i Los Lobos incalzavamo con il ritmo di “la bamba”.
Figlia di un operaio e di un’operaia mai troppo stanchi per evitare i weekend alla disco, nei miei pomeriggi dopo la scuola (o forse ero ancora all’asilo??) stringo subito confidenza con uno strano arnese in sala con dei bottoni raffiguranti in rilievo triangolini vari, magri rettangolini adiacenti, un quadretto e un cerchietto. Con un po’ di pratica, capii che quel coso, con l’aggiunta di strane cassettine trasparenti al cui interno girava un nastro nero, avrebbe potuto darmi parecchie soddisfazioni. Passarono gli anni, mentre mio padre come un eterno ragazzino continuava a far girare nella sua auto tutta la musica più tamarra del mondo e mia madre riempiva l’aria con le hit di Madonna, nella mia stanza, armata di stereo, musicassette (eh si, le scatoline trasparenti si chiamavano proprio così!) e un lapis, imparai a mixare le prime canzoni che le radio passava. In quegli anni, quando gli amici giocavano a palla e a nascondino, io già facevo i conti con i sentimenti: nacque da subito il mio primo grande amore, la relazione più vera e duratura che mi porterò sulle spalle per tutta la vita: mi incontrai con la musica. Fu amore al primo.. Ascolto. Passarono gli anni, le formine geometriche imparai a connotarle con i loro rispettivi nomi e quei remix artigianali che tanto sapevano di miscelazioni senza senso, iniziarono a prendere una sorta di connotazione musicale vera e propria, al mio orecchio iniziavano a funzionare bene. Capii che se c’era una strada da prendere, forse era arrivato il momento di iniziare a batterla. Ero un’adolescente innamorata delle disco. Adoravo tirar tardi con gli amici a ballare gli ultimi rimasuglioli della dance anni 90 mentre si avvicendavano le nuove sonorità degli anni 2000. Ed è proprio fra i primi drink e le prime sigarette fumate di sgamo che faccio conoscenza con la proprietaria del locale che frequento maggiormente. -“Mi piace la musica, vorrei avvicinarmi al djing..”- gliela butto lì, quasi a titolo informativo. Ricordo quasi vagamente come andò, ma poco dopo mi ritrovai di fronte a due cdj e un mixer. Le mani che per la prima volta sfiorarono la jog. Il play, il cut e i filter. Quell’aggroviglio di cavi impolverati. Decisi che sì, valeva la pena buttarsi, male non avrebbe fatto. Ci fu un feeling innato con la consolle, come ci fossimo sempre conosciute e prese le misure. Fu tutto naturale proprio come l’amore.
Feci pratica, imparai, sbagliai il più delle volte ma me ne fregai e non mi fermai. Fino a quando decisero per me che forse ero pronta per tenere una serata. Io.. Che riavvolgevo il nastro delle musicassette con il lapis. Io dovevo far ballare una pista intera, secondo il mio genere, secondo il mio gusto.. Secondo me, punto. Lo feci, con l’ansia “della prima” e l’adrenalina addosso che mi faceva andare il cuore a mille, specie mentre mettevo su i miei primi pezzi. Non so se fosse l’alcool o se fossi realmente io, ma là nel mezzo ballavano. Ballavano e si divertivano. E quando vedevo impazzirli su un pezzo piuttosto che su un altro, sapevo che, a prescindere dai drink.. Quello era merito mio. Piano, piano mi sciolsi. Mi lasciai andare, feci tornare i battiti cardiaci ad un livello decente e iniziai a divertirmi. Portai a casa la mia prima serata. Dopo quella sera, ne feci un’altra, poi un’altra e un’altra ancora. Divenni resident di quella discoteca, il Big Mama’s, rimasi lì per qualcosa intorno ai tre anni. Poi, a sensazione, sentii che i muscoli erano formati e che le gambe erano pronte. Potevo provare ad uscire dal nido ed esplorare nuovi lidi. Così feci.
Al mattino agente di viaggi per necessità, la sera dj per passione. Sudai le famose sette camicie e con l’aiuto della finanziaria, mi presi la mia prima vera consolle, cdj400, il sogno. Che andava a sostituire gli impeccabili ma oramai logori cdj100. Si iniziava a fare sul serio. Iniziava a girare, non ero più io a sbattermi per cercare posti dove suonare ma erano principalmente i proprietari a farsi sentire. I sogni non erano più quelli intangibili che facevi sotto le coperte dopo la buonanotte della mamma. Per quanto quelli fossero belli, questi potevano essere toccati. VIssuti.
Si sentivano al tatto e all’olfatto. Ricordo il profumo dei primi vinili e dei primi cd come fosse adesso. A fatica comprai tutto e mi parve di farlo velocemente. Non c’erano sacrifici che tenevano. Erravo nomade fra i pub, le discoteche, i club. A volte in disparte, a volte buttata allo sbaraglio, ma sempre io, con la mia identità, con la musica che faceva sfondo e collante fra la gente. C’ero io fra tutta quell’energia che scorreva. A poco, a poco mi affermai. Fa quasi strano dirlo. Divenni la seconda identità di me: Frenzy Dj. Un epiteto ricavato da tutti gli storpiamenti di nome che le amiche mi avevano affibbiato negli anni: Frà, Francy, Frency.. Frenzy. E lì mi sono fermata. Francesca è rimasta un’esclusiva di mia mamma per eventuali rimproveri e cazziatoni. Dietro la mia Serato sono Frenzy Dj. Quella che mette musica anni 80/90 e ci si sente dentro di brutto, ma che predilige soprattutto l’ house e i suoi sottogeneri, la tech, l’electro e roba varia, ma non disdice la dance, le evergreen di sempre, il latino che sa animare sempre le feste e la commerciale che quasi tutti snobbano ma che, se dosata bene, può essere l’asso nella manica che risolleva le sorti di una serata. Mi sento di dire ad oggi che sono una dj a 360 gradi e che si può sempre imparare da qualcuno e migliorare attraversando le esperienze. Il passaggio dall’analogico al digitale è stato rapido ma non indolore: scassinamento dell’auto e il furto di tutto il mio materiale, specie di tutti i miei cd, raccolti lungo una vita intera. Sparito tutto nel lasso dei miei 20 minuti di sosta per salutare le amiche. Fu già pesante sopportare il latrocinio della consolle, ma la musica, ecco.. Quella ne ho sofferto. Oltre il danno economico, fu grande il dispiacere per quei ricordi profanati che sapevano portarmi a persone, serate e souvenir mentali. Distrutta, mi sono rimessa in piedi. La soluzione fu appunto il digitale. L’acquisto di musica online, una selezione attenta e precisa, una consolle nuova da imparare ma che ho fatto mia in poco tempo. Una consolle più futuristica, più fredda sotto certi aspetti, ma che per una smanettona come me, andava alla stragrande. Tirava fuori il mio estro, la mia fantasia, ci siamo venute incontro e trovate di brutto. Poche settimane fa, l’ennesimo furto: il Traktor e il mac, quella consolle e quel pc che avevano cambiato i miei connotati da dj, spariti in un attimo per la seconda volta. Come una maledizione che sa restare lì, che non mi molla. Crollo, poche ore, e rialzo subito la testa. Amo la musica, amo fare la dj. Non si molla questa strada. I soliti sacrifici, i lavori per necessità, i risparmi lasciati da parte che ancora una volta servono a farmi riemergere. Un Mac veterano, la nuova Serato. vecchie cuffie ritrovate in una vecchia borsa. La musica recuperata dai cd che ho racimolato nuovamente negli anni, la musica acquistata online che ancora oggi seleziono e i vecchi pezzi che cerco di riportare alla memoria per poterli recuperare. Fa rabbia l’impotenza di non poter recuperare il proprio materiale, ma fa bene la forza che sa uscire ogni volta. La passione per questo mestiere è riuscita a farmi superare qualsiasi ostacolo. Ma oltre le sfighe, mi sono tolta anche le mie soddisfazioni: la mia partecipazione a “She can Dj”, un contest per dj donna a livello nazione, in cui sono stata selezionata fra centinaia e centinaia di partecipanti, fra le quali poi ho raggiunto la finale. Ci sono state le interviste, le foto e le didascalie su giornali importanti. La voce positiva sul mio conto che girava, gli apprezzamenti del pubblico, sempre accetti, sempre belli da sentire. Ma soprattutto, i proprietari dei locali che, non basandosi sulla mia fisionomia o su ciò che potevano leggere sui social o sulle riviste, venivano da me dopo avermi ascoltata, chiedendomi: “sabato sei libera? Vorrei averti nel mio locale..”. Ecco, questa è la soddisfazione più grande per chi come me, fa musica. Il top! Mi definisco come una dj in continua evoluzione e non ho intenzione di fermarmi qui. Fra scosse e adrenalina, fra km percorsi da nord a sud e panini dell’autogrill alla mordi e fuggi, oggi mi ritrovo così: come quando anni e anni fa, toccai con mano la prima consolle, come quando acquistai i due deck cdj100, come quando investii tutta me stessa nei primi grandi acquisti per quello che è adesso il mio unico mestiere. Mi sento come la bambina che riavvolgeva i nastri coi lapis. Sono Francesca per mia madre, Francy per le amiche, Frenzy per i flyer, per le discoteche e per la musica. E mi ritrovo perfettamente sotto ciascun profilo. Sotto tutti questi nomi, ci sono io, che ho fatto della musica il mio pane quotidiano. Che ho sudato quando la mattina avevo la sveglia presto per racimolare lo stipendio e che godevo quando mettevo le cuffie e vedevo la gente ballare sotto i miei bpm. Oggi vivo in Toscana. Non ho detto addio alla mia città , a Brescia, l’ho solo salutata. Le serate mi portano spesso al nord, ma qua nel Centro sento di aver trovato gli stimoli per fare nuovamente un passo
in avanti. Una nuova città, nuove persone, nuove location dove mettermi nuovamente alla prova. Ho deciso di darmi alla produzione, mi sto cimentando. Sono alla ricerca di nuove sonorità e all’approfondimento di ciò che già so. Non voglio lasciar niente al caso. So adesso che le mie conoscenze sono ampie, ma so anche che nella vita si può sempre migliorare. Questa sono io, Francesca Conforti Aka Frenzy Dj. Che dopo ciò che era obbligo fare, scuola e un lavoro di sostentamento, ho deciso di seguire la passione che fino da piccola mi aveva legata a se. La presa di coscienza forte e chiara che la musica e il djing sarebbero stati non un punto di arrivo, ma la strada da percorrere per tutta la vita. Ho un tatuaggio sul petto scritto con il font più personale che esista, quello della mia mano, che dice “dreamer” e afferma ciò che sono, che mi ha sorretto di fronte allo specchio quando dicevo che non ce l’avrei fatta. Questa sono io, che so che domani saprò qualcosa in più rispetto ad ieri e che avrò fatto un errore in meno rispetto a domani. Sono quella che si emoziona per un brano di Madonna e per uno di minimal. Che ancora avverte l’ansia dopo ormai anni abituata dietro la consolle.. E dietro ogni volta, c’è sempre la prima volta. Sono quella che ha un’interazione fisica con la consolle, con il movimento meccanico dei faders e con lo sfioramento delle jog. Questa mi sento di essere. Ma se dovessi riassumere tutto quanto, per abbreviare, per tagliare corto, direi semplicemente che: Sono Frenzy e la Musica è il patto con me stessa con cui non sono mai venuta a meno.